Roma Caput Mundi

Parte oggi la mostra intitolata “Roma Caput Mundi” che, nelle tre sedi del Colosseo, della Curia Iulia e del Tempio del Divo Romolo nel Foro Romano, attraverso un centinaio di opere provenienti dai maggiori musei archeologici d’Italia, si pone l’obiettivo di illustrare l’espansione politica e culturale della città eterna mettendo in luce, oltre alla volontà di dominio, anche l’aspetto dell’apertura e dell’integrazione nei confronti dei popoli conquistati.

Obiettivo principale della mostra e’ soprattutto quello di “..correggere una visione sbagliata della potenza romana, trasmessa al grande pubblico prima dai dipinti e dai bestseller ottocenteschi con le loro scene di crudeltà romana, poi dai kolossal cinematografici del Secondo dopoguerra, in cui i romani e i loro imperatori venivano assimilati ai nazisti e ai fascisti, a Hitler e Mussolini. Volevo spezzare questa simmetria tra Roma e violenza, che ancora oggi prevale nell’immaginazione collettiva”, dice Andrea Giardina, uno dei curatori.

Secondo Giardina, Roma raggiunse la sua potenza non solo con il dominio delle armi, ma anche con la capacità di integrare i vinti. E l’esposizione, che si snoda tra il Colosseo, la Curia Iulia e il tempio del Divo Romolo nel Foro romano, vuole mettere in risalto le “armoniche contraddizioni” di una storia unica per ricchezza e varietà.
Da una parte gli aspetti più brutali del dominio romano: le guerre di rapina, la schiavitù, le sofferenze inferte a intere comunità.
Dall’altra, una politica dell’integrazione che non trova riscontri in nessun altro periodo storico: i romani ritenevano irrilevante la purezza della stirpe, concedevano facilmente la cittadinanza, liberavano gli schiavi e i figli di questi ultimi erano considerati cittadini di pieno diritto.
Roma diventò pian piano una “città aperta”, dove anche un cittadino di umili origini, o straniero, poteva diventare imperatore.
Era sabino Numa, etrusco Tarquinio Prisco, forse figlio di una schiava Servio Tullio. Erano spagnoli Traiano, Adriano e Marco Aurelio, africani Settimio Severo e Caracalla, addirittura di origini barbare Massimino il Trace.

Roma agli inizi dell’Impero è descritta mirabilmente da Seneca: una città popolata da un milione di abitanti, che a malapena riescono a trovare ospitalità nelle case.
La maggior parte è gente affluita dalle colonie sparse in tutto il mondo. «Gli uni li ha spinti l’ambizione, altri gli obblighi di una funzione pubblica, altri l’incarico di un’ambasceria, altri la lussuriosa ricerca di un luogo adatto perché pieno di vizi, altri il desiderio degli studi liberali, altri gli spettacoli. Alcuni li ha attratti l’amicizia, altri la volontà di trovare uno spazio dove poter esprimere le proprie capacità.
Alcuni sono giunti per mettere in vendita la bellezza, altri l’eloquenza. Ogni genere d’individui è accorso in questa città che paga ad alto prezzo i vizi e le virtù. Chiamali, e chiedi a ciascuno: “da dove vieni?”. Vedrai che la maggior parte ha abbandonato la patria per venire a Roma, la città più grande e bella del mondo, che tuttavia non è la loro».

Se i fondatori della città avessero potuto ascoltare le parole di Seneca, avrebbero saputo che la profezia di Romolo si era avverata.
Sette secoli prima infatti, secondo il racconto tramandato da Tito Livio, il primo re di Roma era apparso dopo la morte a un testimone e gli aveva detto: «Va’ e annuncia ai romani che gli dei vogliono che la mia Roma sia la capitale del mondo. Perciò coltivino l’arte militare e sappiano, e anche ai posteri tramandino, che nessuna potenza umana potrà resistere alle armi dei romani »

Roma fu di fatto «caput mundi» fino alla caduta dell’impero d’Occidente, ma simbolicamente lo è rimasta per sempre.

Fonte: Corriere.it

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