L’antica passione romana per il gioco

L’antica passione romana per il gioco

Il gioco è una passione che unisce gli uomini da sempre. Abbiamo testimonianze antichissime in merito, testimonianze che risalgono già ai tempi della civiltà sumera. Sono molti i documenti che ci attestano diversi tipi di svaghi, ma non è semplice ricostruire in modo completo come si divertissero gli antichi. In primo luogo, perché buona parte dei regolamenti di gioco non venivano scritti, ma solo tramandati oralmente. Inoltre, molti giochi prevedevano l’utilizzo di oggetti di legno, o di osso, quindi di manufatti facilmente deperibili. È importante aggiungere anche che molto spesso le autorità controllavano o reprimevano la diffusione del gioco, impedendo che questo tipo di attività fossero pubblicizzate liberamente. Tuttavia, vediamo il gioco rappresentato in disegni e affreschi, lo troviamo descritto in diversi documenti, così come in importanti pagine della letteratura classica, e non solo.  

Nell’antica Roma il gioco aveva un ruolo centrale nella vita sociale dei cittadini della Repubblica e dell’Impero. È arcinota l’espressione latina “Panem et circenses”: per mantenere saldo il consenso popolare, un politico avveduto doveva elargire al popolo pane e giochi. I gladiatori si scontravano e i carri correvano, mentre il pubblico si infiammava, tifava e scommetteva. Non si riempivano solo le arene, ma ci si riuniva anche in case private o nel retro delle locande per giocare.

Quali erano i giochi più diffusi tra i romani? In generale quelli che si potevano improvvisare con poco, con pochi mezzi e in poco tempo, in qualsiasi contesto sociale. A volte bastavano solo dei dadi, o una moneta. I romani avevano un’idea di gioco molto ampia. Oggi per noi la celebre formula latina “alea iacta est” corrisponde in italiano all’espressione “il dato è tratto”. Tuttavia, quando i latini parlavano di “alea” non parlavano strettamente di dadi. Utilizzavano il termine “alea” per designare un rischio, e per esteso tutti i passatempi che richiedevano astuzia e implicavano una puntata di denaro, o di un qualche bene materiale. Questa dimensione è conservata ancora oggi nel termine italiano “aleatorio”, aggettivo che sta a indicare proprio ciò che è in balia della sorte, ciò che ha un esito incentro.


Fonte: Pixabay Autore: Guy Dugas
Esiste un documento molto importante, che ci attesta buona parte dei giochi in voga tra i latini, è una legge, chiamata “lex tabularia”. Questo provvedimento normativo di età repubblicana ci elenca tutti i giochi che all’epoca erano proibiti dalla legge: il “navia ut capita” (testa o croce), il “digitus micare” (la morra), il gioco dei “tali” (gli astragali), delle “tesserae” (i dadi) e non solo. Si parla anche del “ludus latruncolorum”, ovvero di una sorta di dama giocata spostando pedine su una scacchiera (tabula lusoria). Sempre su scacchiera si giocava anche a “duodecim scripta” (il gioco delle dodici righe).

Nonostante la legge vietasse espressamente questo tipo di giochi, sappiamo invece con tutta certezza che i romani si comportavano molto liberamente quando si trattava di divertirsi. Certi usi erano ampiamenti diffusi, erano consuetudine tanto tra i patrizi che tra i plebei. Basti pensare, che più di un imperatore ha fatto edificare a Roma delle vere e proprie case da gioco, le tabernae lusoriae, ovvero le antenate dei nostri odierni casinò. Nonostante alcune di queste si trovassero addirittura all’interno di palazzi imperiali, di tanto in tanto venivano aperte a tutta la cittadinanza romana. Cittadini romani di ogni classe sociale, di ogni censo, etnia e attitudine si incontravo per sfidarsi, in particolare durante i Saturnalia e in altri determinati periodi di festa.

Lo storico Plutarco ci racconta che Giulio Cesare e Marco Antonio erano grandi giocatori, dediti alle scommesse e molto interessati ai combattimenti tra galli. Augusto amava moltissimo le corse dei carri, tanto da perdere in scommesse quasi 20.000 sesterzi in una sola giornata. Nerone e Caligola passavano intere giornate nelle tabernae lusoriae. Pare inoltre che l’imperatore Claudio avesse creato nel suo carro personale un apposito spazio per giocare a dadi, attività che ripeteva più volte nell’arco della sua giornata.

Queste abitudini riguardavano tutta la popolazione. Non di rado, ancora oggi, sui muri delle “insulae” degli antichi quartieri popolari romani troviamo scritte sui muri in cui si fa riferimento al gioco. Qualcuno lamenta perdite ai dadi, qualcuno celebrava grandi vittorie. Qualcuno aveva scommesso sul gladiatore giusto, qualcun altro no! E i tifosi gioivano, o si contrapponevano, non troppo diversamente da come accade oggi. Stupisce sempre realizzare quanto gli antichi ci siano in realtà molto vicini, più di quanto si possa immaginare.

Fonte: Pixabay Autore: lena1

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